Storici Torino Pride
WCENTER 0TNGBFUBGG CECILIA FABIANO AG.TOIATI ROMA GAY PRIDE 2013 CECILIA FABIANO/AG.TOIATI

Riflessioni sulla nascita del movimento GLBT e il coming-out trans

Ricercare le tracce, le impronte dei tacchi a spillo sui sentieri del movimento GLBT, non è facile, sono andate perdute, cancellate dall’indifferenza, spesso dalla superficialità e a volte dall’arroganza. Tra slogan chiassosi e polvere di stelle, baffi ostentati e pearcing luccicanti, il loro tic-tac è rimasto confuso, smarrito tra lo scalpitio, decisamente più possente degli zoccoli femministi, velato e assorbito dalla pura intellighentia gay. Sull’ immenso palco del World-Pride 2000, tra la folla chiassosa di personaggi più o meno famosi, politici, rappresentanti e testimoni, piccolissima e sconosciuta dai più, c’era Silvia Rivera, la trans che con il suo tacco a spillo lanciato al poliziotto la sera del 28 Giugno del 69, diede avvio al movimento di liberazione GLBT. Su quel palco, Silvia ha dovuto faticare non poco, per rompere il protocollo e rivolgere al mondo il saluto trans, che era urlo, poesia e protesta porno.

Una lepre pazza, aveva attraversato il movimento.

Quando Mario Mieli, Pezzana, Alfredo Cohen inscenarono la loro protesta a San Remo nel 1969 effettuarono il primo coming-out gay, il primo coming-out volutamente e dichiaratamente politico che segnò la nascita del movimento in Italia. Essi si fecero portavoce di migliaia e migliaia di gay invisibili, erano la punta dell’iceberg che affiorava, erano l’avanguardia!

Qualche anno prima, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, insieme alle minigonne e ai primi capelloni un nuovo e strano soggetto sociale fece capolino nelle grandi città italiane: i travestiti. Così venivano denominati coloro che avevano un orientamento di genere non congruente con il proprio sesso biologico. La loro caratteristica era di rendere manifesto, o diremmo oggi visibile, la percezione che avevano di sé. Un’operazione azzardata e pericolosa la loro, perché metteva in discussione, anzi demoliva il simbolo supremo, il valore assoluto della cultura dominante: il maschio. Le trans, come più correttamente si definiscono oggi, decostruivano la figura maschile, la scomponevano e ricostruivano un’immagine nuova, altra e diversa. Non era l’immagine e l’identità femminile quella che si stava costruendo, ma l’identità transessuale o, per essere più precisi l’identità transgender.  Questo non fu compreso dal movimento delle porno francais donne, che accusava le trans di riproporre l’immagine stereotipata della donna oggetto, neppure dal movimento gay che non riconosceva la visibilità trans come esperienza politica. Non fu compreso dalle trans stesse , che non avevano il tempo e i mezzi per elaborare una loro identità sociale e non erano coscienti della rivoluzione che stavano mettendo in atto, nonostante la tremenda repressione nei loro confronti lo facesse facilmente intuire. Esse vivevano la loro strabiliante esperienza senza farsi seghe mentali, non c’era il tempo e la possibilità in una realtà fatta di insidie e ostacoli, dove l’unico grande problema per loro era la sopravvivenza.

La novità degli anni sessanta è che le persone transessuali, dopo l’isolamento millenario, formano un nucleo, danno vita al loro essere collettivo contro il vuoto e la negazione. Il transessualismo fino a quel momento non aveva un nome, era considerato malattia mentale e condotta immorale, punito con il carcere e curato nei manicomi. Una semplice riga di matita agli occhi, in quegli anni significava carcere e schedatura; il sequestro della parrucca era una prassi della famigerata Buon Costume, come pure il taglio a sfregio dei capelli lunghi. Questo raccontino potrebbe rappresentare un ottimo esercizio di memoria, nelle nostre feste in drag e per quanti ancora si ostinano a ripetere che il Pride non è carnevale: riflettete gente..riflettete!

Mentre la Romanina veniva spedita al confino perché ritenuta socialmente pericolosa, le avanguardie gay teorizzavano il loro debutto, il quale  in sintonia con i tempi fu colorato e fantasioso. La matrice del primo movimento gay, infatti, rifacendosi allo spirito dei tempi e cioè la fantasia al potere, fu gaia, visibile e travestita. Mario Mieli, madre e madrina del movimento GLBT, non dimentichiamolo mai, era una travestita orgogliosa e favolosa, una transgender, come si dice oggi. Alfredo Cohen, che con Mieli partecipò alla nascita di quel movimento, faceva cabaret en travestì, teorizzando un mondo tutto al femminile: Mezza femmena e zia Camilla era il manifesto del teatro politico frocio degli anni settanta. Facendo un passo avanti, senza dimenticare i C.O.M ( Collettivi Omosessuali Milanesi), le C.O.P ( Collettivi Omosessuali Padani), le Vampire Gotiche e tante altre identità frocie travestite, si arriva alla seconda generazione GLBT, quella dei cento collettivi e della nascita del Mario Mieli, all’epoca Narciso. Il ruolo e l’esperienza delle trans e delle travestite, in quella fase, nonostante la storiografia gay ufficiale non lo riporta, fu determinante. Il coming-out corrispondeva spessissimo alla negazione del proprio maschile, alla sua decostruzione e ad una conseguente ricostruzione di nuova identità, travestita, transessuale e transgender. Quelle con il tacco a spillo, così era chiamata, con un certo disprezzo, la componete travestita del movimento GLBT, ebbe un ruolo di primo piano nell’esperienza del movimento e come non ricordare Ilaria, Valerie, la Robertina, Anastasia Romanof, la sottoscritta. La definizione che ne dà Beppe Ramina in un suo scritto descrive benissimo quella situazione: un supergruppo, con un forte nomadismo erotico, una comunità caotica e vivace, priva di presidenti o segretari: c’erano invece le imperatrici, le regine madri, le figlie delle regine madri e tutta la corte.Il travestimento era una realtà che in gradi diversi, norsk porno tutti. Negli anni ottanta, si cambia scena e si prenderanno le distanze dalle pazze, troppo radicali nella loro prassi e troppo distanti dalla maggioranza gay silenziosa. I bisogni cambiano e cambia la gente, l’esigenza è quella della normalizzazione, più rispondente e più adatta all’avvento dell’AIDS, dove è meglio essere più discreti ed uniformi. In quegli anni, ironia della sorte, anzi della storia, dopo la negazione della società, ci fu quella del movimento gay. Con arroganza, il 28 Giugno era considerato gay-Pride: non si capisce cosa c’entrino i/le trans con i gay..! Era la risposta. Solo alla fine degli anni novanta,dopo la rottura dei monopoli, viene restituito il diritto di cittadinanza ai/alle trans nel movimento, coniando la sigla, un po’ lunga ma decisamente più appropriata, di GLBT… e a questo punto ci sorge un dubbio: forse il coming-out trans era troppo visibile..!?